Bona di Savoia, la duchessa triste

Scritto da Stefania Castoldi - 12/05/15

Bona di Savoia arrivò a Milano nel 1468 a seguito del matrimonio con Galeazzo Maria Sforza, figlio primogenito del grande condottiero Francesco Sforza. Galeazzo Maria volle per sé la più bella dama di Savoia e, per assicurarsi che Bona lo fosse davvero, non avendola mai vista, inviò preventivamente uno dei suoi pittori a ritrarla, alla corte di Francia.

La scelse. Anche dal vivo, ebbe modo di manifestare il suo apprezzamento. Insomma, un appuntamento al buio del Quattrocento finito bene. A partire dal giorno delle nozze, sfarzose come le migliaia di perle da lei indossate, Bona condusse la sua vita da duchessa circondata da agi e sontuosità. Nel suo castello, ad Abbiategrasso, partorì il primogenito Gian Galeazzo Sforza, il 20/6/1469.

Degli affari di stato non se ne curava affatto, si occupava dei suoi figli e degli svaghi da gran dama, sempre al centro dell’attenzione, incurante di ciò che il destino le avrebbe riservato.

Il gioco della sorte compì la sua prima mossa nel 1476, quando suo marito, Galeazzo Maria, venne assassinato sul sagrato della chiesa milanese di Santo Stefano. Il piccolo Gian Galeazzo, successore naturale del padre, a soli 9 anni, non poteva reggere lo Stato.

Per la prima volta Bona si trovò a dover affrontare una situazione pericolosa per sé e per la sua discendenza in quanto i fratelli di Galeazzo Maria, ed in particolare il giovane Ludovico (Il Moro), non avevano nessuna intenzione di lasciare il ducato nelle sue mani.

Bona, tanto gentile e delicata, di fronte ad una simile situazione, diventò risoluta e forte come una leonessa: a lei spettò il compito di proteggere l'eredità del ducato che apparteneva a suo figlio e a nessun altro. Con l’aiuto del ministro Cicco Simonetta riuscì in un primo momento a proteggersi dai fratelli Sforza e a diventare reggente di Stato.

Ma il destino aveva in serbo altri piani. Ludovico il Moro conosceva Simonetta e Bona, ma soprattutto le arti dell’inganno, della lusinga e delle minacce. Simonetta tentò di istruire Bona, ma invano: “io perderò la testa, ma voi perderete lo stato” disse a Bona. E così fu nel 1480.

Ludovico il Moro e Bona si riconciliarono e le venne assegnata una rendita e una buona sistemazione nel castello di Abbiategrasso, ma con un seguito costituito principalmente da spie del Moro.

Bona di Savoia: cognata del re di Francia Luigi XI, duchessa di Milano, Signora di Abbiategrasso, ma di fatto prigioniera del cognato, Ludovico il Moro. Ogni suo spostamento veniva registrato. Ogni sua conversazione riferita. 

L’astro di Ludovico era ormai sorto, nel bene o nel male, portò a Milano la gloria e la fastosità del Rinascimento. Diede lavoro a Leonardo e Bramante. Trasformò l’intero quartiere del castello, costruendo palazzi rinascimentali per la sua corte, o per le sue amanti.

Negli ultimi venti anni del Quattrocento Milano, che contava il doppio dei cittadini della corte medicea a Firenze, divenne la vera capitale della moda rinascimentale d’Italia. Al centro della vita mondana non più Bona, ma Beatrice, la dama estense, sposa del Moro.

Fu solo agli inizi del Cinquecento, quando la stella di Ludovico cominciò a tramontare che Bona riuscì a scappare dalla sua prigione implorando i parenti francesi di farla tornare nei luoghi delle sue origini, a Fossano, dove morì lontana da tutto e dimenticata da tutti, nel 1503.

La triste storia di Beatrice, signora di Abbiategrasso


Nel 1402 Gian Galeazzo Visconti, il più grande duca dello stato di Milano, morì di peste lasciando in eredità ai suoi figli minorenni il suo vasto regno. In quegli anni il Ducato occupava la maggior parte del Nord Italia estendendosi fino in Emilia ed in Toscana. Firenze, che era pronta a cedere alle truppe del Visconti, alla notizia della sua morte tirò un sospiro di sollievo. Con Gian Galeazzo tramontava anche il suo sogno di un’Italia unita sotto lo stemma del biscione visconteo

Il governo dello stato passò quindi nelle mani del primogenito Giovanni Maria che, ben lungi dall’essere altezza del padre, nel giro di qualche anno perse la maggior parte dei possedimenti del Ducato. Tra i suoi più acerrimi nemici c’era il condottiero Facino Cane che diventò il nuovo proprietario del Castello di Abbiategrasso, appartenuto per secoli ai Visconti.

Il 16 maggio del 1412, i due nemici Giovanni Maria e Facino Cane morirono quasi nello stesso istante. L’uno assassinato di fronte alla chiesa di San Gottardo in corte a Milano, l’altro a Pavia. Secondo la linea di successione il nuovo duca sarebbe dovuto essere il fratello di Giovanni, Filippo Maria, che aveva preso accordi con Facino Cane affinché alla sua morte prendesse in moglie la sua vedova, Beatrice di Tenda, in cambio della sua cospicua eredità. 

Beatrice all’epoca aveva circa vent’anni in più, rispetto al diciannovenne Filippo. Se non l’amore sperava almeno di ritrovare un po’ di serenità da questo nuovo matrimonio, quantomeno rispetto agli anni trascorsi accanto al primo marito, agguerrito ed avido condottiero. Filippo, almeno inizialmente, si dimostrò un marito generoso regalando alla moglie ciò che lei stessa aveva ereditato dal suo ex marito: Abbiategrasso e il suo castello. La coppia soggiornò regolarmente e a lungo nel borgo e per questa ragione ordinò nuovi lavori di ampliamento, decorazione e ristrutturazione del castello.

Filippo adorava stare qui, amava cacciare nei boschi selvaggi del Ticino, accudire i suoi cani da caccia e i suoi falchi ma soprattutto occuparsi della sua nuova e giovane amante, Agnese del Maino, che fece alloggiare in un nuovo quartiere creato appositamente per lei di fianco al castello: il borghetto.

Del resto con Beatrice non aveva molto da spartire, nemmeno la speranza di un erede data l’età avanzata della donna. La presenza della duchessa cominciò ad essere pericolosamente scomoda. Casualmente Beatrice venne scoperta in atteggiamenti equivoci con tale Michele Orombello e due dame. In un lampo Filippo la accusò di tradimento e la condannò a morte. La donna, torturata, urlò la sua innocenza ma il Duca firmò ugualmente la sentenza fatale.

Nella notte del 13 settembre 1418 Beatrice si avviò verso l’ingiusto patibolo, accettando il suo destino. Venne decapitata insieme a Orombello e alle due ancelle nel castello visconteo di Binascoanche se lo storico Palestra sostiene che la sentenza capitale venne eseguita ad Abbiategrasso perché era la castellana. La sua salma potrebbe trovarsi in qualche ex chiostro femminile o nel sottosuolo di qualche chiesa distrutta ma nessuno lo sa e nessuno potrà mai esaudire la sua ultima richiesta: 

Se un'urna è a me concessa, Senza un fior non la lasciate, E sovr'essa il ciel pregate.
Per Filippo, e non per me.” 
(cit. dall’opera di Vincenzo Bellini "Beatrice di Tenda" 1833)

Il teatro delle passioni e San Bernardino

 



Nel 1223 San Francesco d’Assisi inscena per la prima volta un presepe vivente a Greggio. Come comparse utilizza la gente della sua comunità. Si tratta della nascita di un genere: la sacra rappresentazione. Un tipo di teatro a fini didattico-religioso con lo scopo di trascinare emotivamente sia il pubblico che gli attori dentro ad avvenimenti sacri.

Ma la Natività non sarà l’unico soggetto portato in scena. A partire dal Trecento viene rappresentato anche il Triduo Pasquale - la Passione, la Morte e la Resurrezione di Gesù - con la messa in scena di particolari sculture di legno del Cristo aventi gli arti snodabili e gli occhi mobili, in modo da poter muovere il corpo dalla croce al sepolcro e dalla vita alla morte. 

Oggi queste statue sono decisamente rare, vista la loro destinazione esclusivamente popolare, ma è possibile trovarne ancora diversi esemplari. Uno di questi è ad Abbiategrasso, nella chiesa di San Bernardino. Si tratta del crocefisso ligneo situato nella prima cappella alla destra dell’entrata , protetto da una grata. L’opera è di artigianato lombardo risalente alle fine del XVI e inizio del  XVII secolo. Attualmente la statua è fissata alla croce ma le braccia e le gambe sono manipolabili così pure gli occhi. Era in scena nei riti del Venerdì Santo, insieme agli attori che solitamente erano i membri delle Confraternite, con spettacoli coinvolgenti e commoventi.

Da notare come i capelli della statua siano veri. Una caratteristica di questo genere di scultura che mira a rendere il personaggio più umano possibile in modo da favorire l’immedesimazione e il trasporto del pubblico. Un'ultima curiosità: da dove provenivano i capelli di queste statue? Non lo sappiamo con esattezza, soprattutto per questa scultura, ma pare che all'epoca venissero usati i capelli delle novizie, dopo la tonsura, oppure i capelli dei fedeli, che li donavano come ex voto. Tuttavia, in mancanza di queste chiome, andava bene anche il crine di cavallo.

Castelli, nursery e basiliche: curiosità ducali in quel di Abbiategrasso

Castelli, nursery e basiliche: curiosità ducali in quel di Abbiategrasso

Il complesso di Santa Maria Nuova

Il complesso di Santa Maria Nuova


La storia di questa basilica inizia intorno al 1317 quando ad Abbiategrasso nasce la Confraternita di Santa Maria della Misericordia. Gli obbiettivi di questa congregazione erano quelli di assistere le persone indigenti e, in particolar modo, fornire la dote alle ragazze povere che dovevano maritarsi. Grazie a questi nobili scopi, nel corso degli anni, la confraternita racimola sufficienti donazioni in denaro da poter chiedere la costruzione di una chiesa dove radunarsi in preghiera. Questa basilica viene completata nel 1370.

Originariamente la struttura era molto diversa dalle fattezze rinascimentali odierne. Lo stile della chiesa infatti era quello allora maggiormente diffuso in questa zona: il gotico lombardo. La facciata era a capanna, in mattoni a vista, decorata con archetti pensili tipici della tradizione lombarda e visibili ancora oggi. La basilica aveva un unico portale centrale e due oculi laterali, sostituiti nel XV sec. da due finestre che ancora si intravedono dietro il pronao, una architravata, l'altra archiacuta. Il pronao stesso e il quadriportico non esistevano ancora.

Nel '400 la confraternita decide di acquistare il caseggiato di fronte alla basilica per avere a disposizione uno spazio per il cimitero. Le case acquistate vengono quindi abbattute e in quel momento è aggiunto il quadriportico rinascimentale che possiamo ammirare oggi. Il perimetro irregolare del quadriportico testimonia già l'esistenza delle vie adiacenti. 

Nel sagrato veniva data sepoltura ai cittadini, sotto i portici venivano sepolti i borghesi mentre i nobili riposavano all'interno della chiesa, ragione per la quale vengono aggiunte, sempre in questo periodo, le cappelle laterali sulla sinistra, mentre a destra, non essendoci spazio laterale sufficiente a causa della via adiacente, gli altari delle cappelle vengono addossati alle pareti. 

I tondi in cotto del quadriportico sono ornati con busti di santi e profeti, fra questi solo quattro sono originali, gli altri sono distrutti durante lo stanziamento delle truppe napoleoniche, a fine '700, che utilizzano i busti per esercitazioni militari. Questi sono stati sostituiti con copie in cemento dipinto.

Alla fine del 1500 viene costruito il trionfale pronao che vediamo davanti alla facciata. Lo scopo di questo elemento architettonico era quello di proteggere dalle intemperie l'affresco della Madonna con il Bambino (databile al ‘400 e attribuito ai fratelli Zavattari) ritenuto miracoloso. La data incisa su una colonna alla sinistra dell'entrata, 1497, unitamente allo stile del quadriportico e del pronao, fa ipotizzare per molto tempo l'intervento diretto del Bramante, proprio in quegli anni attivo alla corte del Moro tra Milano e Vigevano. 

Recentemente uno storico locale ha però rinvenuto la documentazione relativa alla costruzione del pronao che dà per conclusa l'opera nel 1595 a cura dell'architetto Tolomeo Rinaldi, il quale lo costruisce probabilmente sui resti di un antico vestibolo di forma ignota. La data del 1497 è dunque riferibile all'ultimazione del quadriportico e non alla costruzione del pronao, eretto cento anni dopo. 

Infine un ultimo accenno sul nome della basilica. Gli abbiatensi la chiamano Santa Maria nuova per distinguerla da Santa Maria vecchia, la chiesa, oggi sconsacrata, del borgo antico in via Santa Maria. Originariamente era intitolata a Santa Maria della Misericordia, dal nome dell'omonima confraternita. Nel 1388 nel castello di Abbiategrasso nasce Giovanni Maria, figlio del duca di Milano Gian Galeazzo Visconti. Una leggenda narra che in quel tempo le madri milanesi avessero difficoltà a concepire figli maschi e, a quei tempi, gli eredi erano attesi con ansia per avere la certezza della trasmissione del patrimonio di famiglia. 

Forse Gian Galeazzo fece un voto alla Madonna chiedendole di esaudirgli questo desiderio tant'è che quando il maschietto venne alla luce, come ringraziamento, decise di cambiare la titolazione della chiesa più importante del suo ducato, il Duomo di Milano, da Basilica di Santa Maria Maggiore a Basilica Maggiore di Santa Maria Nascente. Allo stesso modo la chiesa del borgo dove nacque il figlio divenne Basilica Minore di Santa Maria Nascente. In seguito sia la famiglia Visconti che i loro successori Sforza tennero viva la devozione alla Madonna dando sempre il secondo nome Maria ai loro figli.

Abbiategrasso, la nuova Chiesa di San Gaetano



La Chiesa di San Gaetano ad Abbiategrasso è un tipico esempio di architettura religiosa in uso negli anni ’50 dello scorso secolo. Nell’immediato Dopoguerra e grazie al boom economico le città cominciarono a mutare d’aspetto, nelle periferie spuntarono le prime fabbriche affiancate dai quartieri residenziali per gli operai. Il crescente afflusso di popolazione e di famiglie che occuparono queste zone fu il motore principale del desiderio di costruire nuove chiese per nuovi quartieri

San Gaetano venne ultimata nel 1955 con la firma dell’architetto Galesio e nella sua struttura originaria, rimasta intatta anche dopo il recente rifacimento degli interni, sembra ricordare in effetti proprio il capannone di una fabbrica. Un particolare che si è voluto conservare durante il restauro, soprattutto come memoria affettiva, è la controfacciata in mattoni a vista con inserti di vetro colorato

Dobbiamo ricordare che il mattone è infatti un materiale altamente significativo e di antica tradizione delle nostre zone: le grandi cattedrali lombarde sono state costruite in laterizio, il materiale più semplice da reperire grazie all’abbondante presenza di argilla nel territorio. E così, come la casa dell’uomo era costruita in mattoni, anche la casa di Dio veniva eretta con lo stesso materiale.

Nel rifacimento degli interni l’accento è stato posto sul colore e sulla luce. La navata principale è un percorso di luce che guida verso l’altare, un cammino di vetri colorati che parte dalle tonalità più fredde dei verdi e degli azzurri, legate alla terra, e prosegue, mano a mano, con colori sempre più caldi che in prossimità dell’altare divengono pastello, per raggiungere un equilibrio di emozioni.

La vetrata dell’abside, su disegno di Don Domenico Sguaitamatti, ha come tema centrale la Redenzione ed è suddivisa in tre parti. A sinistra è rappresentata la creazione, i colori blu richiamano le acque primordiali, i gialli l’opera creatrice, mentre nell’aria si libra la colomba dello Spirito. Nello scomparto centrale vengono rappresentate l’uva e la spiga, ossia il vino e il pane, simbolo dell’Eucarestia e la figura di Gesù Cristo in atto di salire al cielo liberandosi dal sudario del sepolcro, rappresentato dalle bende bianche che si disfano. A destra è rappresentata la nuova creazione, le forme geometriche che ricordano delle case rappresentano la Nuova Gerusalemme mentre le tessere rosse posizionate come una pioggia di gocce richiamano alla mente il sacrificio dei martiri, sinonimo di completo dono di sé.

La volta della chiesa si rifà alla tradizione delle antiche cattedrali dove veniva dipinto il firmamento quasi a voler sfondare il tetto della costruzione per cercare un incontro diretto tra cielo e terra. Nella prima campata è rappresentata la Luna, l’astro simbolo della Vergine, nelle campate successive sono disegnati i segni zodiacali che scandiscono il tempo, per giungere infine all’abside dove è rappresentato il sole, Sole di giustizia, Cristo. L’ambone, l’altare, la sedia del presbitero e il tabernacolo sono realizzati in tufo di Lecce, una pietra che ha la caratteristica di essere molto porosa da sembrare, simbolicamente, ‘il pane spezzato’.

Il rifacimento della Chiesa a cura di Don Domenico Sguaitamatti e dell’architetto Rondena ha avuto luogo tra il 2011 e il 2013. All’interno della chiesa gli artefici hanno voluto racchiudere, nella forza del colore e della luce, moltissimi particolari simbolici che aspettano di essere scoperti e meditati.